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kokoschka revival

  • Progetto Atlas
  • Dec 5, 2016
  • 6 min read

Un tempo compagnia teatrale, Kokoschka Revival ora è soprattutto un circo senza tendoni, casa di produzione per happening, video e musica, oltre che per spettacoli.

Progetto Atlas: Chi siete, come siete giunti a oggi e perché proprio Kokoschka Revival?

Kokoschka Revival: Siamo un eterogeneo agglomerato di persone desiderose di fare a pezzi ciò che conoscono, mescolarlo, friggerlo e condividerlo. Teatri, discoteche, centri sociali, stanze vuote e buie, relitti marini, boschi di celluloide e città virtuali sono tutti buoni recipienti per la nostra pietanza. Il teatro può essere inteso come una comunità che costruisce una visione all'interno di uno spazio. In questo c'è molta politica, nel senso alto, gioioso ed impellente del termine.

Kokoschka Revival nasce nel 2013 a Milano come collettivo di teatro sperimentale. Nel tempo, tuttavia, le nostre riflessioni sulla teatralità e sulla sperimentazione ci hanno portato ad esplorare anche territori normalmente non associati a questo termine. Per quanto riguarda il nome “Kokoschka Revival”, sono state diffuse molte versioni della sua origine, ma sappiamo per certo che gran parte di esse sono false. Un'ipotesi plausibile è che si tratti semplicemente di un rigurgito di qualche fantasia adolescenziale mal digerita... da un certo punto di vista i sogni sono anche questo.

PA: Qual'è l'attuale scena dell'arte e del teatro contemporaneo? E a Milano?

KR: “Contemporaneità” ed “attualità” sono due concetti limite – o forse uno solo – talmente ingombranti nella loro indeterminata specificità, che per il momento ci hanno procurato più mal di testa che idee. In generale abbiamo la sensazione che in questo momento lo sviluppo tecnologico permetta e richieda la contaminazione tra tecniche, registri linguistici, contesti e pubblici differenti... ma non è una novità che questa sia la rivendicazione del tempo presente. Il desiderio di costruire un artificio che raddoppi la complessità della vita semplificandola, che nel momento della sua falsificazione la illumini, è un motivo ricorrente che attraversa l'intera storia dell'umanità: in esso c'è qualcosa di arcaico e futuristico allo stesso tempo.

In un'Italia periferica, se non provinciale, Milano è comunque una delle poche vetrine aperte all'offerta culturale internazionale. E' più adatta a guardare e socializzare, che a lavorare, tuttavia. Come in ogni periferia, nel bene e nel male, è facile incontrarsi al bar: il difficile è uscirne e combinare qualcosa.

PA: Cosa intendete portare in questa nuova collaborazione tra il suono, l'immagine e il gesto?

KR: Nella nostra cassetta degli attrezzi si trovano sempre furti, folklore, autoipnosi, protocolli di autoregolamentazione, pratiche aleatorie e fede. Ci consideriamo un kit di autosabotaggio che include ogni genere di soluzione, dal concerto techno travestito da partita a scacchi per pugili dilettanti, alla video-documentazione masochistica di concept-party immaginari.

PA: Secondo voi, in che modo va inteso il teatro, e di cos'ha bisogno lo spettatore al giorno d’oggi?

KR: La comunità del teatro, inteso nel senso a cui si è già accennato, non è quella degli attori che mettono in scena uno spettacolo per un pubblico – di attori possono benissimo non essercene -, ma bensì l'insieme molto più ampio di persone che accetta la sfida di una proposta anacronistica e sceglie di sospendere la propria vita quotidiana e partecipare ad un evento collocato altrove, fuori dal tempo e dallo spazio quotidiano, dalla cui distanza si possa tornare alla propria vita in maniera differente, come in un processo di inspirazione ed espirazione.

Per questo motivo non ci chiediamo tanto di cosa abbia bisogno lo spettatore, quanto piuttosto di cosa noi abbiamo bisogno, perché sebbene vi siano ruoli diversi, nell'incontro non vi sono spettatori, ma solo partecipanti. In questo l'arte deve rimanere vicina al rito: esserne spettatori la rende una merce in balia di speculazioni che lasciano un vuoto più grande di quello che dovrebbero colmare. Ci piace pensare ai nostri lavori come a delle celebrazioni, delle occasioni di festa in cui incontrarci e ritrovarci, tra pochi amici di vecchia data o in mille sconosciuti che si vedranno solo per una sera. Si tratta di una proposta alternativa all'esperienza diffusa di “vacanza”, nel senso di divertimento e di assenza, entrambe componenti fondamentali dell'esperienza ora gioiosa, ora dolorosa, del sacro.

 

Once a theater company, Kokoschka Revival is now primarily a circus without tents, a production house for happenings, videos and music, as well as shows.

Progetto Atlas: Who are you, which has been your growth path and why Kokoschka Revival?

Kokoschka Revival: We are a diverse conglomeration of people eager to tear apart what they know, stir it, fry it and share it. Theaters, clubs, community centers, empty and dark rooms, shipwrecks, celluloid woods and virtual cities are all good containers for our food. The theater can be understood as a community that builds a vision within a space. In this there is a lot of politics, in the highest, most joyful and impelling sense of the term.

Kokoschka Revival was born in 2013 in Milan as a collective of experimental theater. In time, however, our reflections on theatricality and experimentation have led us to explore also areas not normally associated with this term. As for the name "Kokoschka Revival", many versions of its origin were spread, but we know for sure that most of them are false. A plausible hypothesis is that it is simply a regurgitation of some badly digested adolescent fantasy... from a certain point of view dreams are this too.

PA: What is the actual contemporary art and theater scene? And in Milan?

KR: "Contemporary" and "actuality" are two limit concepts - or perhaps just one - so bulky in their undetermined specificity that for the moment have brought us more headaches than ideas. In general, we feel that at the moment technological development allows and requires contamination between techniques, linguistic registers, different contexts and public... but it is no news that this is the claim of the present time. The desire to build a device that doubles the complexity of life by simplifying it, that at the time of its falsification enlightens it, is a recurring motif that runs throughout the entire history of humanity: in it there is something archaic and futuristic at the same time .

In a peripheral if not provincial Italy, Milan is still one of the few windows open to international culture offer. It is more suited for watching and socializing than working, however. As in any suburb, for better or for worse, it's easy to meet up at the bar: the difficulty lays in getting out and doing something.

PA: What do you intend to bring in this new collaboration between sound, image and gesture?

KR: In our toolbox you can always find theft, folklore, self-hypnosis, self-regulatory protocols, random practice and faith. We consider ourselves as a self-sabotage kit that includes every kind of solution, from techno gig disguised as a chess game for amateur boxers, to the masochistic video-documentation of imaginary concept-party.

PA: In your opinion, in which ways should theater be intended, and what does the viewer need nowadays?

KR: The theater community, understood in the way we mentioned before, is not that of actors putting on a show for an audience - of actors there may well be none - but rather the much wider set of people who accept the challenge of an anachronistic proposal and chooses to suspend their daily lives and to participate in an event placed elsewhere, outside of daily spatial-time dimension, from the distance of which you can get back to your life in a different way, as in a process of inhaling and exhaling.

For this reason we do not ask so much of what the viewer needs, but rather what we need, because although there are different roles, there are no spectators in the encounter, only participants. In this, art must remain close to the rite: being its spectators makes it a commodity at the mercy of speculations that leave a void greater than what they should fill. We like to think of our work as celebrations, party occasions in which to meet up, between few old friends or with a thousand strangers who you'll see only for one night. It is an alternative proposal to the widespread experience of "holiday" in the sense of fun and absence, both key components of the now joyful, now painful experience of the sacred.

 

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